di Fabio Bistoncini
Il nostro Paese sta attraversando un momento del sua vita pubblica del tutto particolare. Dopo quasi 20 anni dalla fine della c.d. “prima repubblica”, travolta dagli scandali di tangentopoli, tutti i soggetti politici, sociali e istituzionali sono alla ricerca di nuovi equilibri.
Parlare di lobby, nel nostro Paese, ha comunemente avuto un’accezione negativa. Ancora oggi il solo accennarvi evoca malaffare, condotte illecite, scandali. Questo, in parte, è un problema di mentalità: il fenomeno del lobbying nasce e si consolida in Paesi come quelli anglosassoni, culturalmente e ideologicamente molto diversi dal nostro. È, soprattutto, però un problema di storia politica: la classe dirigente italiana, dal dopoguerra fino ai primi anni novanta, ha avuto nei partiti il principale canale di ascolto e mediazione dei diversi gruppi d’interesse attivi. Sono i partiti che raccolgono le sollecitazioni, le selezionano e metabolizzano: mediano gli interessi, ricomponendoli nell’ambito della propria visione. Di conseguenza il nostro sistema politico e istituzionale, per molti anni, non ha lasciato margini per ammettere l’esistenza e la capacità di azione autonoma degli interessi organizzati.
Tale impostazione ha determinato fin dall’inizio numerosi equivoci, interpretazioni fuorvianti e vere e proprie mistificazioni. Bisogna, innanzi tutto, sfatare una serie di luoghi comuni: l’azione di lobby non è monopolio del sistema imprenditoriale, può essere svolta da soggetti non economici quali associazioni a tutela dell’ambiente o a tutela dei consumatori.
Gli interessi rappresentati sono molteplici, e, come già ricordava Bentley agli inizi del secolo scorso, quelli di natura economica sono solo una parte del tutto.
Il lobbying, dunque, non è mai cattivo o buono per definizione. E' semplicemente uno strumento per gli interessi organizzati di far sentire la propria voce.
* La versione integrale sarà pubblicata sul numero 2/2012